Autoscatto viscerale
Il colletto che usi per tagliare il pane è lo stesso che ti uccide
Stanotte non ho sognato. C'era solo un leggero ronzio tra il sonno e la veglia: un'intermittenza tra i mondi, un contatto elettrico tra poli opposti. Il metallo della mia forchetta ha il potenziale per uccidere, eppure ci mangio le uova. Questo suono acuminato mi accompagna per tutta la mattinata, sfuma leggermente dopo mezzogiorno e mi abbandona del tutto al tramonto. Intanto, l'acciaio del mio coltello taglia con grazia fette di pane. La sera scende fredda sui miei capelli e li rende più scuri.
Leggo un libro che parla di te, poi mi fermo e lo scaglio fuori dalla finestra. Qualcuno ha scritto di te, forse perché non era rimasto più nessuno. Prima o poi scriveranno anche di me. Magari, un giorno, anche tu getterai un libro dalla finestra.
In una nuda, gelida, orribile, insopportabile mattina di novembre, pochi giorni prima del mio compleanno, vedrò un fantasma familiare salire su un autobus.
Ora, invece, conto i giorni che mancano alla fine dell'estate. Il caldo scioglie ogni cosa e tutto mi cola addosso. Sono una creatura sola, nascosta sotto la cera di una candela. Cammino sbattendo i piedi a terra, come per fare male alla strada. Calpesto il cadavere di un libro, leggo l'incipit e mi accorgo che parla di me.
Il mio sguardo striscia tra le lucertole, risale dai miei piedi fino alla facciata sporca di un condominio. Si inchioda, ghiacciato, su una finestra. Da fuori riesco a vedere qualche vaso sul davanzale e il soffitto rosa della stanza. Tra mille finestre identiche di mille condomini identici, ce n'è una da cui è precipitato un libro che parla di me. E tu, mentre cammini leggera per una strada qualsiasi, hai mai trovato, steso a terra come un corpo stanco e quasi morto, un libro che parla di te?

